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12 Dicembre 2023
12 Dicembre 2023

La vera innovazione nella scuola?

Una ricerca dell’OCSE ha provato a identificare le macro tendenze dell’innovazione didattica contemporanea
Intervista ad Alejandro Paniagua – Docente di Education and Social Sciences (Universitat Oberta de Catalunya) e consulente OCSE
Tempo di lettura stimato: 6 minuti
Nello stato di Oyo, in Nigeria, c’è un fiume che periodicamente esonda dai suoi argini. Dodici scuole del territorio decidono di portare la problematica in classe, tra i bambini delle primarie, con una domanda: “Che cosa possiamo fare?”. Arrivano alcune risposte: riempire sacchi di sabbia e metterli vicino al fiume o piantare alberi per limitare l’erosione del terreno. Le idee si trasformano in un esperimento di apprendimento diretto, una pratica pedagogica innovativa. In Nuova Zelanda, invece, i bambini imparano come funziona un computer senza stare davanti a uno schermo. Giochi, prove fisiche, piccole gare permettono di sperimentare i processi che portano una macchina a rispondere a una domanda. In altri paesi i maestri di matematica provano a inventare storie degne di libri o film per rendere gli studenti protagonisti degli esercizi che devono risolvere. Sono solo tre dei tanti esempi di innovazione pedagogica raccolti in un ampio lavoro di ricerca dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) dal titolo Teachers as Designers of Learning Environments – The importance of Innovative Pedagogies («Insegnanti come designer degli ambienti di apprendimento. L’importanza delle pratiche pedagogiche innovative»), declinato anche in un altro report per The Brookings Institution. Tra i ricercatori che più vi hanno lavorato c’è Alejandro Paniagua, che ha firmato i report insieme a David Instance. Docente alla UOC (Universitat Oberta de Catalunya), con esperienza come maestro e professore di scuola, Paniagua spiega qui il cuore della sua ricerca.

Professor Paniagua, ci spiega meglio come avete inteso l’innovazione didattica nella vostra ricerca?

Io credo che la prima domanda da porsi davanti a qualsiasi tentativo di innovazione sia: qual è l’obiettivo, a quale bisogno si vuole rispondere?
Oggi c’è la necessità di aumentare il livello qualitativo dell’educazione. I dati dicono che nel mondo la maggior parte dei bambini ha accesso alla scuola, ma si sta ampliando sempre di più il divario qualitativo tra le scuole dei paesi ad alto reddito e quelle a basso reddito.
Detto questo, io credo che oggi esista una retorica dell’innovazione che ruota attorno a casi singoli di successo, a “super scuole” o a “super insegnanti”. In alcune classi per esempio arrivano robot all’avanguardia o computer di ultima generazione. Queste sono innovazioni, ma non credo che possano portare a un cambiamento più ampio. C’è poi tanto rumore sulle riforme dei curricula e sulle valutazioni, si cerca di rendere tutto misurabile. Ma tra i contenuti dei programmi e i voti da dare c’è un gap che è lo spazio dell’insegnamento. Il nostro lavoro si è concentrato proprio sulle innovazioni pedagogiche, che hanno per protagonisti i maestri e le maestre e le reti tra scuole diverse.

Quindi avete analizzato le diverse pratiche di insegnamento messe in atto dagli insegnanti?

Sì, abbiamo letto decine di report, siti web e pubblicazioni e individuato approcci appunto innovativi. Li abbiamo raggruppati in sei grandi cluster a cui abbiamo dato un’etichetta in base alle loro caratteristiche. Voglio sottolineare che la nostra ricerca non è pensata strettamente per il mondo accademico: è come una mappa di orientamento soprattutto per gli insegnanti e per i responsabili delle politiche educative e scolastiche.

Avete identificato sei raggruppamenti di innovazioni pedagogiche. Ce li può spiegare in modo sintetico?

Proverò a semplificare molto:
– il primo cluster è quello del blended learning, apprendimento misto. Abbiamo raggruppato qui tutti i metodi di insegnamento non sincronici, che invertono le dinamiche dell’insegnamento e dell’apprendimento e che non si basano più su lezioni esclusivamente frontali. Ad esempio, i contenuti vengono forniti in anticipo agli studenti e il tempo in classe si usa poi per rispondere alle domande o impostare interazioni più complesse;
– il secondo cluster è quello del computational thinking, pensiero computazionale. Qui si trovano quegli approcci che puntano a insegnare come vengono usati i computer negli ambienti reali. Non è solo insegnare a usare una macchina, ma capirne i processi di funzionamento, la programmazione e anche le potenzialità per la vita democratica e sociale;
– c’è poi il cluster dell’experiential learning, cioè tutti quegli approcci basati sull’esperienza reale e sul problem solving;
– altro cluster è quello dell’embodied learning, che comprende tutte le pratiche che prevedono l’uso del corpo e della creatività;
– il raggruppamento delle multiliteracies comprende invece le pedagogie sui linguaggi, dalle lingue straniere ai nuovi modi di comunicare, come le e-mail o i social media;
– infine, il cluster della gamification: con queste pratiche gli insegnanti si ispirano all’architettura di giochi e videogiochi per rendere più dinamiche le proprie lezioni.

Innovare è creare un contesto in cui gli insegnanti riescano a lavorare insieme, a fare rete e a riflettere sulle competenze di cui hanno bisogno per trovare soluzioni nuove ai problemi.

In molte scuole però ci sono risorse limitate. Come si può innovare anche in questi contesti?

Per noi proprio gli insegnanti con le loro competenze giocano un ruolo centrale. Ricevono qualche formazione sulle innovazioni pedagogiche? Hanno tempo di osservare le classi e discutere dei bisogni degli studenti? Fare queste domande e poi rispondere collegialmente è già innovazione. È fondamentale mettersi in collegamento con altri: come dicevamo l’innovazione non è di un singolo, ma funziona quando coinvolge una pluralità di soggetti. Nella nostra ricerca abbiamo individuato 27 network di scuole che condividono una stessa pratica: chi vuole iniziare a portare un’innovazione nel suo contesto può mettersi in contatto con loro. È chiaro che questo è più difficile negli istituti dove il turnover di insegnanti è molto veloce. E bisogna tenere conto che, soprattutto nei paesi a basso reddito, la prima innovazione è avere insegnanti preparati per la professione. In Africa Sub-Sahariana, per esempio, solo il 60 percento dei maestri ha avuto la possibilità di formarsi in modo adeguato.

Che cosa ha imparato con questo lavoro di ricerca?

Ho visto che innovare è possibile. Non importa se gli insegnanti hanno la possibilità di introdurre strumenti molto tecnologici o all’avanguardia. Innovare è creare un contesto in cui riescano a lavorare insieme, a fare rete e a riflettere sulle competenze di cui hanno bisogno per trovare soluzioni nuove ai problemi.
di Chiara Vitali

Alejandro Paniagua

Alejandro Paniagua, con una formazione in filosofia e antropologia con un particolare interesse alle pratiche educative, è oggi lettore presso la Universitat Oberta de Catalunya e si occupa di educazione e scienze sociali. Collaborando con OCSE e Brookings Institution è tra gli autori dei report Teachers as designers of learning environments: the importance of innovative pedagogies e Learning to Leapfrog: Innovative Pedagogies to Transform Education.